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Mi chiamo Ignazio Galapponi, ho 30 anni e il cinema è da sempre la passione che più mi definisce. Ho sempre amato quest'arte a tutto tondo, riuscendo a cogliere bellezze nascoste anche nelle cinematografie più lontane fra loro. Dalla nouvelle vague al neorealismo, dal neo-neorealismo al polar, dal wuxia-pian ai film di cazzotti. Non ho mai pensato di poter passare dall'altra parte dell'obbiettivo. Un po' per mancanza di ambizioni specifiche, ma soprattutto per modestia, poichè anche con un risultato dignitoso avrei sofferto il confronto con quelli che sono sempre stati i miei numi tutelari: Fassbinder, Kubrick, Siodmak. Pur con tutte le scusanti del caso, non sarei stato in grado di sopportare lo smacco di un cortometraggio non all'altezza delle mie attese. Tuttavia, il caso volle che mi trovassi ad acquistare una videocamera digitale, nella fattispecie una JVC modello GR-DV500E. Essa mi tornava bene per filmare le inculate con un mio amico macellaio sieropositivo. Di preciso, mi piaceva puntare l'obbiettivo sul mio buco del culo. Poiché quando Mirko ci insinuava la cappella, esso si apriva come una rosa vergine di Sumatra, mostrando per una frazione di secondo un piccolissimo neo nella parete anale. Io ero convinto fosse una neoplasia, così volevo controllare. In quei torridi pomeriggi di luglio, mi consumavo a esplorare pixel per pixel i fermo-immagine delle mie riprese. Era un tumore o no? Alla fine venne fuori che era una particella di merda, che aveva aderito perfettamente alla parete gastrica, a causa del movimento a incalzo dovuto alla mia camminata sculettante. Mi trovai quindi ad avere tra le mani una videocamera di ottima qualità, che nel frattempo avevo anche imparato a maneggiare. Così un giorno, quasi per scherzo, decisi di cinementarmi nella scomoda arte del cortometraggio. Dimenticandomi delle mie prudenze, impugnai la videocamera e, ricordando la lezione di Rossellini, detti vita ad un episodio di straziante neorelismo. Mentre riprendevo, avvertivo la sensazione che ne sarebbe uscito qualcosa di potabile, ma mai e poi mai avrei pensato che il mio corto sarebbe stato l'anno zero di un nuovo cinema. Così invece fu. Il corto narra la storia complessa e sfumata di un coleottero a Parigi, alle prese con le più diverse avventure. Esso incontrerà i più disparati personaggi, dal cormorano Finferli all'attore Michel Blanc (nella parte di sè stesso). Il coleottero vive le contraddizioni di una città che ha fatto della diversità la sua risorsa, ma anche la zavorra di nuove istanze partitocratiche. La colonna sonora, un pezzo doo-wop del crooner Sonny Scalia, è un fantasioso bisticcio sincopato che fa da ossimoro alla tragicità della vicenda. Si fa notare il finale, la cui azione compiuta dal coleottero può essere sintetizzata in due specifiche e disperate parole: va giù. Può sembrare presuntuoso, ma io per primo patisco del fatto che, dopo questo cortometraggio, non sono mai riuscito ad appassionarmi a nessun altro film. E c'è da chiedersi: dopo "Un Cervo Alla Finestra", ha ancora senso parlare di cinema? Questo e molto altro su: http://sgargabonzi.leonardo.it
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